La differenza vera la fanno i tetti scritti dentro il sistema e contati a database: valgono anche nella settimana in cui servirebbe spingere.
I tre segnali che fanno scattare il ban
Il primo è il volume. Un commerciale in carne e ossa non manda 100 inviti al giorno: ne manda 15, 20, con buchi nei weekend e cali quando è in ferie. Chi supera stabilmente quei numeri si autodenuncia.
Il secondo è lo scrape aggressivo. Aprire centinaia di profili in sequenza, alla stessa velocità, con lo stesso pattern di navigazione, è il comportamento di uno script, e LinkedIn lo riconosce come tale.
Il terzo sono gli orari. Un umano lavora dentro finestre orarie ragionevoli, con pause irregolari. Un’azione ogni 60 secondi esatti, dalle 00:00 alle 23:59, è una firma. Non c’è messaggio abbastanza ben scritto da compensare un comportamento macchinale.
I tetti che ci imponiamo, per ogni account
I nostri limiti non sono soglie che avviciniamo con prudenza: sono tetti fissi, sotto quello che la piattaforma tollera, e valgono per ogni singolo account che operiamo.
- 20 inviti al giorno per account, non uno di più.
- 100 visite di profilo al giorno, che è anche il cap di sistema del prodotto.
- 80 commenti al giorno al massimo.
- Pause casuali tra le azioni: nessun intervallo fisso, nessun ritmo riconoscibile.
- Finestre orarie umane: si lavora quando lavorerebbe una persona, non quando è comodo a un server.
Venti inviti al giorno sembrano pochi. Su un mese sono centinaia di conversazioni potenziali, e soprattutto sono conversazioni che continuano a esistere anche il mese dopo, perché l’account è ancora lì. Chi spinge a 100 inviti al giorno sta scambiando qualche settimana di volume contro l’account stesso.
Il controllo che quasi nessuno fa: il profilo è vivo?
Prima di contattare un profilo verifichiamo che sia attivo: ha una foto, ha una rete, ha una posizione lavorativa attuale. Sembra pignoleria, ed è invece il controllo più importante di tutti.
Contattare account morti è il segnale peggiore che puoi mandare a LinkedIn. Un profilo abbandonato non accetta l’invito, non risponde, non interagisce: e una lunga scia di inviti a vuoto dice alla piattaforma che stai sparando su una lista comprata, non selezionando persone. Il tasso di accettazione crolla, e con lui la fiducia della piattaforma nell’account che invia. Il filtro sui profili attivi protegge due cose insieme: l’account e la qualità della lista.
Perché accettiamo di andare più piano
Qui ci prendiamo la libertà di un’opinione netta: un account vivo vale più di un meeting in più al mese. Un account bannato non è un incidente di percorso, è la perdita di anni di rete, di cronologia di conversazioni, di credibilità del profilo. Non si ricostruisce con un account nuovo creato la settimana dopo, che ripartirebbe da zero e sotto osservazione.
Per questo il ritmo iniziale è deliberatamente lento: 7 giorni al primo invio, 30 giorni per arrivare a pieno regime. Un account che parte piano e cresce con costanza è indistinguibile da una persona che ha deciso di usare LinkedIn sul serio, perché è esattamente questo che simula.
Tutti questi tetti li operiamo noi: il cliente non tocca i prodotti né i limiti, e vede le conversazioni e i risultati dentro GeniusCRM. La disciplina sul volume non è delegata alla buona volontà di chi usa lo strumento, è dentro il modo in cui lo strumento viene condotto.
Cosa facciamo noi, in concreto
Il criterio è uno solo, il test più semplice che esista: sembrerebbe normale se la facesse una persona? Se la risposta è no, non la facciamo. Anche quando costerebbe solo un invito in più. E i tetti giornalieri non sono una linea guida: sono un contatore a database.
Se vuoi vedere come funziona il canale LinkedIn dentro il nostro outbound, la pagina di GeniusLinkedIn spiega il metodo.